Forse non tutti ricordano che Stevie Wonder – sì, proprio quel Stevie Wonder – nel 1969 si presentò al Festival di Sanremo in gara facendo coppia con Gabriella Ferri, cantante folk romana, e cantando un brano non proprio indimenticabile: “Se tu ragazzo mio”.  Il brano non venne ammesso in finale e così terminò l’avventura sanremese di uno dei più importanti artisti mondiali. Non fu il solo, comunque. Giusto l’anno prima Eartha Kitt, Sacha Distel, Paul Anka, Shirley Bassey, Timi Yuro e Udo Jürgens – tutti artisti da vendite milionarie – non passarono il turno.

Comunque sia, da 66 edizioni, il Festival di Sanremo catalizza una buona parte – diciamo la metà? – dei telespettatori italiani per un’intera settimana. Ovviamente non è tutto oro quello che luccica, anzi, a volte è puro cartone. Molti, tutti lo critichiamo e, puntualmente, ogni anno affermiamo che questa sarà l’ultima volta che lo guardiamo ma poi, alla nuova edizione, eccoci di nuovo tutti lì, in prima fila, pronti a criticare. E’ un fenomeno di costume tutto italiano e noi come tale lo vogliamo trattare.

Non ci interessa la gara, parlarvi delle canzoni o degli ospiti. Magari lo faremo, anche, ma soprattutto vogliamo farvi conoscere il punto di vista di Gianni De Berardinis, un professionista del settore radiofonico che di Festival ne ha vissuti tanti da protagonista – trasmettendo in radio oppure in televisione – commentandolo. Sono pillole quotidiane, degli appunti critici su uno spettacolo televisivo che, anche nostro malgrado, ci tocca incrociare e, magari, sopportare per una settimana all’anno.

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